Ecco qualcosa che vi farà sentire vecchi: questo capolavoro dei Green Day è stato pubblicato 20 anni fa. Vi spiego perché è stato molto più influente di quello che pensate.
Qual'è l'album rock più influente degli anni '90? Facile: Nevermind dei Nirvana. Ha dato il calcio d'inizio al movimento grunge, cancellato gli anni '80, e creato un'intera generazione di adulti che non sa ancora come si pronunci il sintagma "never mind".
Traduzione a cura di Enzo Jesus Santilli
Ma c'è una domanda più pungente (e interessante) che è il caso di porci: qual'è il secondo album rock più influente degli anni '90? Qualcuno potrebbe dire Ok Computer dei Radiohead. Altri potrebbero citare Odelay di Beck. Qualche tipaccio emo potrebbe addirittura suggerire Pinkerton degli Weezer.
Sarebbero tutti nell'errore.
Perché il secondo album rock più influente degli anni '90 è Dookie dei Green Day.
Photo by Ken Schles//Time Life Pictures/Getty
In onore del
ventesimo compleanno di Dookie – ci crediate
o no, è stato rilasciato il 1° febbraio 1994, notiziola che vi farà sentire
vecchi di sicuro – credo sia giusto spiegare perché.
Ma prima di
procedere, un paio di precisazioni. Si tenga presente che ho detto “album rock”,
non “album”, punto. Un sacco di album molto influenti rap (The Chronic di Dr. Dre) e R&B (The Miseducation of Laurin Hill) hanno visto la luce negli anni ’90,
ma non è il ginepraio che voglio affrontare qui. Ho detto anche “influente”,
non “migliore”. Che è diverso.
E nonostante
tutto, la prima cosa che si nota in Dookie
è che si tratta di un album indubbiamente ben fatto. È innegabile. Ricordo quando
ho ascoltato “Longview”, il primo singolo estratto dall’album, per la prima
volta – o, per meglio dire, ricordo quando l’ho guardato per la prima volta. Erano i primi del 1994. Avevo 11 anni. Davo uno sguardo ad MTv nel doposcuola, che era quello
che facevo all’epoca, e MTv mandava in onda video musicali, che era quello che
faceva all’epoca. Improvvisamente, ecco che partiva il video di “Longview”: il
salone sudicio, il pendolo di Newton, la scimmietta suonatrice d’organetto, il
ciuffo verde di Billie Joe Armstrong.
Ma non
furono le immagini a saldarsi nella mia mente. Era la
musica. “Longview” è
tutta un aggancio, un amo, un qualcosa che ti prende. La sequenza di tom che
inizia la canzone è un amo. La linea di basso circolare di Mike Dirnt, che a
quanto pare scrisse mentre era “totalmente fritto di acidi”, è un amo. (“Mi venne così”, disse Dirnt a Rolling
Stone nel 1995. “Dissi, ‘Billie,
senti sta roba. È o non è la cosa più bizzarra che hai mai sentito?’ Più tardi
non sapevo più come suonarla, ma aveva avuto un senso mentre ero sotto droghe”)
La melodia del verso è furba e fibrosa, e suona proprio come ciò che sta
descrivendo – zigzagando e ripetendsi mentre Armstrong canta di “sit[ting]
around and watch[ing] the tube[1]”
poi riavviandosi impazientemente finché non a arriva alla parte in cui si è “sick
of all the same old shit[2]”?
Anche quello è un amo. Così come lo è il ritornello principale. Anche la voce di Armstrong è una
specie di amo, la frustrazione e la brama dell’adolescenza distillata in un
lamento adenoideo in mezzo inglese. Piaccia o non piaccia, ti si ficca nel
cervello.
Quel giorno non
è che corsi fuori a conprare l’album o cose del genere. Ma qualche periodo più
tardi sentivo dei ragazzi più grandi parlare dei Green Day nel negozio locale
di CD. Vidi il CD – con questa copertina anarchica-pop-dog-Dov’è Waldo – fra le
nuove release. Quello fu sufficiente. Ero in prima media all’epoca.
Non sapevo
bene cosa intendesse “Longview” quando parlava o alludeva alla masturbazione o
al farsi le canne. Imparai nel corso degli anni successivi, e Dookie non si
allontanò mai molto dai paragi dal mio lettore CD. Non riesco ad immaginare un album più
azzeccato per l’età pubescente, che va dalle fantasie antisociali di “Having a
Blast” alle amicizie che scompaiono in “Emenius Sleepus” alla confusione
sessuale di “Coming Clean” – tutti temi costruiti a regola d’arte e performati
come colpi di frusta che riuscirebbero a cogliere l’interesse del teenager con
la Sindrome da Deficit d’Attenzione più grave mai vista. Non ci dobbiamo sorprendere
allora se l’album ha fiondato al numero uno della Billboard Modern Rock ben tre
singoli – “Longview", "Basket Case”, e “When I Come Around” – e venduto più di 10
milioni di copie solo negli USA.
Dunque, ecco
perché Dookie è stato un grande
album. Ma perché è stato anche influente?
Tre motivi.
Il primo è stato il dibattito che ha acceso. E spento. Dookie non era solo un LP. Era qualcosa da cui prendere le
distanze. Il Punk Rock era abbastanza popolare quando arrivò alla ribalta
negli anni ’70. Never Mind the Bollocks,
Here’s the Sex Pistols raggiunse le
vette delle classifiche inglesi. The
Clash arrivò alla 12. Rocket to
Russia dei Ramones entrò nella top 50 degli Stati Uniti. Ma dopo gli anni ’80
il punk finì un po’ nel dimenticatoio. Lì, nell’undergound, sviluppò l’ossessione
subculturale standard della “reputazione”, e questa è la scena – spacialmente quella
attorno al Gilman, un club leggendario di Berkley – dalla quale emersero i
Green Day. In quanto Dookie era stato
distribuito da una major – e perché le loro canzoni erano così accattivanti e
sfacciate da non poter evitare un impatto stravolgente col mondo mainstream – i
giovanotti del punk si ritesero offesi.
La gente era
davvero incazzata per questa roba; due mesi dopo il debutto di Dookie una mezza dozzina di pogatori da
concerto aggredirono l’ex cantante dei Dead Kennedys Jello Biafra al Gilman e
lo mandarono in ospedale. (“Rock star venuta!” urlavano.
“A Calci!”) Ma quando
esplosero i Green Day il mondo non finì, il punk non morì, e principalmente
perché erano cambiati i termini in cui si combatteva la guerra su chi è venduto e chi non lo è. Oggi, la nostra attitudine verso la cosa è più salutare: conta
la qualità della musica, non l’etichetta che la distribuisce o chi si occupa
della produzione. La musica popolare rende al meglio quando è obbligata a
rispondere al mercato e riesce a trovare modi innovativi e artistici per
esprimere la visione dei propri creatori, riuscendo tuttavia a connettere con
un vero pubblico. Ecco perché viene definita musica popolare. E Dookie, come in una scena del crimine,
ne è la prova schiacciante.
Che ci porta
alla seconda ragione per cui Dookie
ha lasciato un tale incredibile impatto sugli anni ’90: rese possibile l’intero movimento punk-pop. Questo è stato uno dei
generi fondanti della decade, e ha definito il modo in cui la gente appariva, si vestiva, ballava e passava le proprie estati. Odeley è fantastico. Così come OK Computer.
Ma nessuno
dei due ha scatenato il genere di tsunami commerciale di compatrioti e
imitatori che hanno seguito la scia di Dookie.
Il primo album dei Blink 182 si è materializzato un anno dopo Dookie, il gruppo ha poi venduto 35
milioni di dischi. Gli Offspring più di 40 milioni. Rancid, New
Found Glory, Sum 41, Fall Out Boy, Panic! At The Disco… la lista continua. Certo, nessuna di
queste band ha rilasciato un disco elettrizzante come Dookie. Ma tutti ci hanno provato e, grazie a Dookie, l’America prestava attenzione.
Infine,
tuttavia, penso che l’impatto di Dookie
trascenda il pop punk. Ha davvero dato forma a come dovesse suonare il resto
degli anni ’90. Prima di Dookie, la chitarra nel rock significava
grunge: pesante, uniforme, priva di senso dell’umorismo, e tetra. Dopo Dookie ha significato qualcosa di
diverso – qualcosa di più acceso e tagliente; qualcosa di più melodico e
perfino più romantico. Dookie ha
fatto da ponte al gap che divideva l’angoscia dei Nirvana – Kurt Cobain moriva
10 settimane dopo che l’album era arrivato nei negozi – e quel tipo di canzoni governate dalla melodia nelle sei corde che dominarono le classifiche mentre la decade
proseguiva. “Good” dei Better Than Ezra. “Buddy Holly” dei Weezer. “Barely Breathing”
di Duncan Sheik. “One Headlight” dei Wallflowers. Non che queste band suonassero come i
Green Day. Non ci suonavano affatto. Ma in
qualche misura, Dookie è stato il
paradigma, il punto di svolta. Il mondo
che l’ha preceduto era un po’ più rock. Quello che l’ha seguito un po’ più pop.
Ovviamente
il mondo della musica è cambiato molte volte dal 1994. Band di tre o quattro
tipi con chitarre e batteria sono svaniti dalle classifiche; e per quanto ne so
gli ultimi ad arrivare nella Billboard Hot 100 sono stati i Coldplay nel 2008
con “Viva La Vida”. E i Green Day non sono più un trio punk di mocciosi di
Berkley: hanno realizzato opere rock, musical a Broadway e un album di cover degli Everly Brothers con Norah Jones. Ma se cercate un piccolo promemoria di
cosa fosse la musica negli anni ’90, aprite il cofanetto di Dookie e ficcate il CD nel
caricatore-a-sei-dischi della vostra macchina. Un uomo saggio una volta disse, “welcome to paradise”.
Ed io, per
citare un mio amico altrettanto saggio, oggi sono contento di rispondere ancora
“Yes”, se mi si chiede “Do you have the time, to listen to me whine?”. [adT]
[1] Starsene
seduto e guardare la Tv.
[2] Stanco
della solita vecchia merda.
Articolo originale di Andrew Romano per DailyBest.com, traduzione a cura di Enzo Jesus Santilli.
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